Mauro Di Cicco, da Catuzzi a Zeman
Intervista con l'ex biancazzurro sul suo passato e sul presente del Pescara.
Duecentoquarantotto presenze in otto stagioni con la maglia del Palermo tra il 1976 e il 1984, arricchite dalla finale di Coppa Italia del 1979 persa 2-1 contro la Juventus. Mauro Di Cicco, stopper nato sessantacinque anni fa a San Vincenzo Valle Roveto – profondo Abruzzo aquilano - è ancora oggi una delle bandiere dei rosanero. La sua bacheca Facebook è invasa dall’affetto dei tifosi siciliani. Dal Palermo Di Cicco giunge a Pescara nell’estate del 1984 all’età di trentadue anni, in coincidenza con l’arrivo di Enrico Catuzzi sulla panchina biancazzurra. Colleziona quarantacinque presenze in due stagioni dal sapore opposto. Il Pescara conclude il 1984/85 al settimo posto, con un rendimento altalenante ma mettendo in mostra un buon calcio, anche grazie a elementi di valore come Acerbis, De Rosa, Ronzani, Roselli e Tacchi. L’anno seguente arrivano a Pescara Benini, Bosco e Gian Piero Gasperini ma, nonostante una rosa più che dignitosa, il Pescara retrocede perdendo all’ultima giornata in casa contro la Triestina (1-2). Oltre al rendimento sotto le attese di alcuni elementi, a partire dal centravanti De Martino, il campionato del Pescara è macchiato dall’inchiesta sul calcio scommesse che coinvolge il portiere Rossi, che viene squalificato per cinque anni. Ritroviamo Mauro Di Cicco a distanza di oltre trent’anni, durante i quali si è dedicato ad allenare le giovanili ed è stato il fidato vice di Bortolo Mutti a Bari, Bergamo e Palermo.
Buongiorno Mauro, arrivi a Pescara da abruzzese soltanto nel 1984…
Fu Enrico Catuzzi a volermi a Pescara. Lo avevo conosciuto a Palermo alla fine degli anni Settanta, quando lui, poco più che trentenne, già allenava le giovanili. Dopo la salvezza dell’anno precedente, il Pescara stava allestendo una squadra di buon livello ed Enrico propose il mio nome.Â
Con Catuzzi a Pescara arriva la zona. Che ricordo hai dell’allenatore e di quelle che all’epoca erano autentiche innovazioni?
Enrico Catuzzi era una persona perbene e un tecnico preparato. Era andato in Olanda a studiare l’innovativo gioco all’olandese e lo aveva portato in Italia, prima a Bari e poi a Pescara. È stato molto in anticipo sui tempi, credeva fermamente nelle sue idee e così a volte il suo carattere non risultava dei più facili.
Cosa ricordi di quei due campionati?
Ho un bel ricordo della prima stagione (1984/85). Non si parlava di serie A, ma di fare un campionato tranquillo. Così fu. Giocavamo un bel calcio, la gente veniva allo stadio e anche sul piano personale il mio rendimento fu buono, tanto che a fine campionato fui premiato come biancazzurro dell’anno durante una festa dello sport.
Cosa accadde invece il secondo anno? A Pescara alcuni ricordano con particolare amarezza quella retrocessione.
Su mio consiglio arrivò Gian Piero Gasperini, con cui avevo giocato a Palermo. Alla fine del 1984/85 Piero era retrocesso in C2 giocando nella Pistoiese e non fu difficile farlo arrivare. La nostra rosa era valida almeno quanto quella dell’anno precedente, inoltre c’erano anche diversi ragazzi giovani che sarebbero stati protagonisti della mitica squadra di Galeone nell’anno successivo. Una serie di infortuni ed episodi contrari ci fecero ritrovare impelagati nella lotta per non retrocedere. I risultati deludenti penalizzarono anche l’ambiente e non riuscimmo a raddrizzare la stagione, benché fino all’ultima giornata ce ne fosse la possibilità . Io subii un brutto infortuno al ginocchio e giocai poco.
Senti ancora qualcuno dei tuoi compagni di squadra di allora?
Non regolarmente, ma sono rimasto in buoni rapporti con tutti, a partire da Gasperini, la cui ottima carriera in panchina non può sorprendere chi lo ha conosciuto. Era un appassionato di tattica anche da giocatore. Danilo Ronzani si è stabilito in città e anche con lui ho mantenuto ottimi rapporti. Oggi vivo a Ferrara, ma quando ho l’occasione di tornare a Pescara è sempre un piacere.
Da calciatore hai giocato lontano dall’Abruzzo e oggi vivi a Ferrara. Quanto ti senti abruzzese?
Mi sento completamente abruzzese. La mia famiglia vive nella Valle Roveto e le mie radici sono lì, anche se mi sono stabilito altrove. Ciò non toglie che Palermo è stata la mia seconda casa e sono rimasto molto legato alla città e all’ambiente.
È da poco scomparso Enrico Alberti, direttore sportivo dei tuoi campionati a Pescara. Che ricordo ne hai?Â
Un ricordo splendido, un professionista onesto e competente, una persona garbata e intelligente. Dopo la retrocessione del 1986 fu proprio Enrico Alberti a chiedermi di rimanere. Venivo da un brutto infortunio al ginocchio e lui sapeva che non avrei mai recuperato completamente, anche perché non ero più giovanissimo. Enrico però aveva stima di me e mi chiese lo stesso di rimanere per il successivo campionato di C, prima che il Pescara fosse ripescato. Non tutti forse lo ricordano, ma anche io ero parte della rosa della magnifica cavalcata con Galeone. Il ginocchio purtroppo non mi consentiva neppure di allenarmi e così non fu mai convocato, ma vidi quel capolavoro da vicino e poi smisi con il calcio giocato.
Veniamo al presente. Credi a questo Zeman-bis?
Zeman ha sette vite, è un tecnico molto capace e con gli uomini giusti la sua idea di gioco è vincente, ho pochi dubbi su questo. Conobbi anche lui a Palermo, io giocavo e lui allenava le giovanili. La prossima serie B però non mi sembra delle più facili: ci sono tante squadre ambiziose e sarà un campionato molto equilibrato. Con gli uomini giusti al servizio delle idee di Zeman il Pescara può giocarsi la promozione.
Lei aspetta una panchina, ancora una volta insieme a Bortolo Mutti?
Si, lavoro con lui da tanti anni e piacerebbe a entrambi proseguire, ma non è un assillo. Se arrivasse qualche proposta interessante sarei ben lieto di continuare ancora un po’, altrimenti vuol dire che è ora di lasciare spazio ai giovani. Arrivati a una certa età andrebbe bene anche così.
Lorenzo Morelli
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