Pescara, una piazza calcistica sempre calda
Simpatico resoconto di una partita dei biancazzurri nel 1958
di Paolo De Carolis
C’è un modo di raccontare il calcio che appartiene a un’altra epoca, e non solo per la distanza cronologica. È una scrittura che oggi suona enfatica, talvolta barocca, spesso ridondante, ma che proprio per questo restituisce il sapore autentico di un tempo in cui la cronaca sportiva era anche letteratura popolare, tribunale morale e sfogo civile. L’articolo del 18 maggio 1958, dedicato a Pescara-Moglia 1-1, ne è un esempio quasi didattico.
La partita, ultima giornata del campionato Interregionale di Prima Categoria, diventa subito un pretesto narrativo per qualcosa che va ben oltre il campo. Il cronista non si limita a registrare il risultato e i marcatori: costruisce un atto d’accusa, una requisitoria vera e propria, in cui l’arbitro – il signor Dascola di Reggio Calabria – viene dipinto come protagonista negativo di una direzione di gara “cervellotica”, confusa, incoerente. Ogni fischio diventa sospetto, ogni decisione una prova ulteriore di una conduzione giudicata inadeguata, se non apertamente ingiusta.
La prosa è martellante, quasi ossessiva. Gli episodi vengono ripetuti, ribaditi, rigirati da più angolazioni, come se il cronista temesse che il lettore non potesse cogliere fino in fondo la gravità del torto subito. È una scrittura che non conosce sintesi né distacco: l’obiettività è dichiaratamente sacrificata in nome di una verità “sentita”, emotiva, partigiana. Il giornalista non osserva: partecipa, soffre, giudica.
E poi c’è il pubblico. Il “calore pescarese”, quello vero, antico, viscerale. Non quello addomesticato degli stadi moderni, ma un popolo che vive la squadra come estensione della propria identità. Quando l’ingiustizia diventa, agli occhi del cronista, “palmare”, la reazione è immediata e quasi inevitabile: l’invasione di campo, il tentativo di raggiungere l’arbitro, l’intervento della Celere. Anche qui il racconto non assolve apertamente, ma nemmeno condanna davvero. C’è una sorta di comprensione di fondo, come se la rabbia dei tifosi fosse una conseguenza naturale, quasi fisiologica, di una direzione di gara ritenuta inaccettabile.
È significativo persino il titolo – o il sottotitolo – che si affretta a precisare: “ma non per colpa dei mogliesi”. Un bisogno quasi morale di ristabilire un ordine, di separare le responsabilità, di chiarire che il bersaglio non è l’avversario, bensì l’arbitro e il sistema che lo rappresenta.
Riletta oggi, quella cronaca appare ingenua, eccessiva, persino caricaturale. Eppure conserva un valore prezioso: racconta un calcio in cui il confine tra sport, città e passione era sottilissimo; in cui il giornalista non temeva di schierarsi; in cui il tifo non era ancora spettacolo, ma appartenenza feroce. È una pagina che parla del Pescara del 1958, certo, ma anche di una Pescara che non accettava torti in silenzio e che viveva il pallone come una questione di dignità.
Una cronaca d’altri tempi, sì. Prosaica, ridondante, esasperata. Ma proprio per questo autentica.
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da PESCARACOSANOSTRA
uno splendido articolo se al posto della parola ARBITRO ci fosse la parola PRESIDENTE. (BUON ANNO)
da kohler
Si martell è stato appena detto al tg3 regionale
da martell
Qualcuno mi può confermare che un nostro under 19 e coinvolto nel incidente in Svizzera!
da Warco
Un amarcord che potrebbe andare bene per riempire il periodo estivo ma che francamente poco c'azzecca con la stretta attualità dove ci sarebbero ben altri temi da trattare.
da Salvateci
Qualcuno mi spiega il senso di qst articolo??? Ne manca sempre invece uno sul nostro presidentissimo…chissa perchè
